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Woodstock, il festival che radunò in un solo posto mezzo milione di persone

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  • Agosto 15, 2021
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Woodstock, il festival che radunò in un solo posto mezzo milione di persone

Il festival musicale più famoso della storia andò in scena a Bethel, una città di campagna nello stato di New York, cinquantadue anni fa, dal 15 al 18 agosto 1969. Da Joan Baez agli Who a Jimi Hendrix, vi raccontiamo tutto dei tre giorni di pace, amore e musica. E non solo…

Immagine di Woodstock Whisperer tramite Wikipedia.org condivisa con licenza CC BY-SA 4.0

Quasi tutto quello che sappiamo di Woodstock lo dobbiamo alla mitologia che quasi immediatamente si sviluppò intorno a quello che successe durante quei “3 Days of Peace & Rock Music”, eternamente fissati nella nostra memoria grazie al documentario Woodstock di Michael Wadleigh e all’omonima canzone di Joni Mitchell, resa famosa dalla cover di Crosby, Stills, Nash & Young. E poiché si tratta di una ricostruzione – nel primo caso di un documentario della Warner Bros da un milione di dollari e nel secondo di una canzone scritta da una musicista che a Woodstock non partecipò nemmeno da spettatrice – gran parte della vulgata su questo festival è frutto, infatti, se non di totale fantasia, almeno di una grossa mistificazione.

Il Motel, l’allevatore e lo stagno

Inizialmente fu affittata un’area, il Mills Industrial Park, nella contea di Orange, ma fu presto abbandonata per le proteste degli abitanti, che portarono a far vietare il concerto, Così si ripiegò a Bethel: il festival doveva essere ospitato nella tenuta, di 15 acri, del motel El Monaco, ma ben presto si rivelò troppo piccola. Così ci si affidò a un allevatore del luogo, che affittò 6 acri del suo terreno a 75mila dollari. E, con altri 12mila dollari, si affittarono anche altri appezzamenti di proprietari del luogo. L’area era fatta da una specie di conca naturale che degradava fino a uno stagno. Il palco fu sistemato alla base del rilievo, con lo stagno sullo sfondo. Fu una cosa molto gradita dal pubblico di Woodstock, che usò lo stagno per fare il bagno. Ovviamente senza vestiti. Erano gli anni Sessanta, erano gli anni degli hippie, era Woodstock.

La prima giornata, quella di venerdì 15 agosto, era dedicata ai cantautori folk, e ad artisti che oggi verrebbero definiti musica etnica. Tra i folksinger spiccavano Joan Baez, che cantò, tra le altre, I Shall Be Released di Bob Dylan e We Shall Overcome, Era al sesto mese di gravidanza. E, su palco, raccontò che il marito, obiettore di coscienza, era stato arrestato. C’era Arlo Guthrie (cantò Amazing Grace). E c’era Ravi Shankar, storico suonatore indiano di sitar.

Sabato 16 agosto le cose iniziarono a scaldarsi. Era la giornata di Santana, dei Canned Heat (che cantarono A Change Is Gonna Come di Sam Cooke). Ma soprattutto c’erano il blues struggente di Janis Joplin & The Kozmik Blues Band, una delle grandi protagoniste di Woostock (Try (Just A Little Bit Harder), Kozmic Blues, Piece Of My Heart e Ball And Chain nel suo set) e il funk irresistibile di Sly And The Family Stone (con pezzi come Everyday People, Dance To The Music e I Want to Take You Higher). C’erano i Grateful Dead e i Creedence Clearwater Revival (con il loro classico, Proud Mary, e il classico di Screamin’ Jay Hawkins, I Put A Spell On You).

Ma era soprattutto la giornata degli Who. Anzi, la mattinata… del giorno dopo. Woodstock era così, si iniziava e non si sapeva quando si finiva, le esibizioni sforavano fino al mattino seguente. Così gli Who, la storia band inglese, finì per suonare alle 4 del mattino, con un set infuocato: tra le loro canzoni c’erano I Can’t Explain, Amazing Journey, Tommy Can You Hear Me?, Pinball Wizard, We’re Not Gonna Take It. Era uno di quegli eventi destinati ad essere magici: il sole stava giusto sorgendo mentre Roger Daltrey iniziava a cantare il coro di See Me, Feel Me. E poi Summertime Blues, Shakin’ all Over, My Generation, Naked Eye. Il set si chiuse con Pete Townshend che sbatteva più volte la chitarra sul palco, prima di gettarla tra il pubblico. Finita qui? No. Alle otto (!) del mattino salivano sul palco, a chiudere la “giornata” (la giornata precedente, si intende…) i Jefferson Airplane, simbolo della controcultura e della Summer Of Love di quegli anni: le loro Somebody To Love, White Rabbit, Volunteers sono nella Storia.

Pete Townshend e il leader hippie

A un certo punto del concerto degli Who, Abbie Hoffman, un leader hippie, strappò il microfono a Pete Townshend proprio dopo l’esibizione di Pinball Wizard. Si rivolse al pubblico e disse: “Penso che questo sia un mucchio di merda! Mentre John Sinclair marcisce in prigione!” (Sinclair era un poeta che era stato condannato a nove anni di carcere per aver offerto due spinelli a una poliziotta, e molti artisti, tra cui John Lennon, si erano mobilitati per lui). Townsend pensò bene di colpirlo con la sua chitarra. Più tardi si sarebbe detto favorevole alla liberazione di Sinclair, ma di aver picchiato Hoffman per l’intrusione.

Immagine di Heinrich Klaffs tramite Wikipedia.org condivisa con licenza CC BY-SA 2.0

La terza giornata, che in realtà saranno due, quelle del 17 e 18 agosto, è nel segno di Joe Cocker, uno degli artisti grazie al quale Woodstock è passata alla Storia. Interprete puro, grande voce graffiante e potente, porta sul palco Just Like A Woman e I Shall Be Released di Bob Dylan. Ma soprattutto, il brano che lo fa entrare nella storia, With A Little Help From My Friends dei Beatles, la seconda traccia di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, dove è cantato da Ringo. Un brano forse minore nel repertorio dei quattro di Liverpool, che Cocker stravolge e fa diventare un suo classico. Qualcosa che, come si dice, fa venire giù tutto. E infatti venne giù tutto: alla fine del set di Cocker arrivò un temporale che fece fermare per parecchie ore il concerto. Consegnando, ancora di più, Woodstock al mito.

Sua Maestà Jimi Hendrix

Ma se dobbiamo identificare Woodstock con un artista, questo è Jimi Hendrix. La sua esibizione chiuse il festival. Hendrix aveva insistito per essere l’ultimo ad esibirsi, e avrebbe dovuto salire sul palco a mezzanotte: salì sul palco alle 9 del mattino di lunedì! Molti spettatori, che dovevano tornare al lavoro, si persero l’esibizione: lo videro solo 200mila persone invece che 500mila. Fu un’esibizione unica, la più lunga della sua carriera, due ore.

E passò alla Storia anche per l’esecuzione di The Star-Spangled Banner, l’inno nazionale americano, suonato e stravolto con la sua chitarra elettrica: i suoni distorti, dissonanti, stranianti erano una chiara protesta contro la politica americana, la guerra in Vietnam e la violenta repressione delle proteste. Ma anche per Red House, che Hendrix continuò a suonare con cinque corde della chitarra, perché una si era rotta. E poi Fire, Foxy Lady, Voodo Child, Purple Haze e Hey Joe, che chiuse il concerto.

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Erienzo Lancini

Buongiorno, sono Erienzo Lancini. Scrivo per Mysterius.it da quando è nato. Spesso contatto gente per fare video.

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