
Spesso ci capita di scattare una foto a qualcosa di bello, come un monumento o un paesaggio, oppure a noi stessi (selfie) per imprimere un ricordo. Così, ogni volta che sfogliamo un album fotografico o più semplicemente scorriamo le foto della galleria, possiamo rivivere il momento. Se da una parte oggi siamo soliti scattare questo tipo di foto, riguardanti per la maggior parte un contesto allegro; dall’altra se pensiamo al passato non era così. Infatti, molto spesso erano i defunti a essere i protagonisti della foto e anche in questo caso per una questione di conservare il ricordo nella memoria dei cari.
Le fotografie post mortem (letteralmente “dopo la morte”) suscitano ancora oggi un senso di inquietudine. Erano scatti pensati per preservare il ricordo dei defunti, ma il loro impatto visivo può risultare disturbante, soprattutto quando ritraevano bambini. Spesso queste immagini cercavano di restituire un’apparenza di serenità o di sonno, ma il contesto funebre rimaneva evidente e carico di tensione emotiva.
Foto post mortem, la storia
La fotografia post mortem fu una pratica diffusa a partire dall’epoca vittoriana, intorno al 1837, e proseguì fino agli anni ’40 del Novecento. I defunti venivano solitamente vestiti con abiti eleganti e, per rendere lo sguardo più realistico, si tentava di tenere gli occhi aperti; in alcuni casi, le pupille venivano addirittura disegnate. Talvolta i corpi venivano disposti come se stessero semplicemente dormendo, oppure abbracciati ai loro familiari, nel tentativo di conservare un’illusione di vita e vicinanza affettiva.

Questa pratica non nacque con la fotografia, bensì con il ritratto, che non tutti potevano permettersi. Infatti, i primi ritratti di defunti (inizialmente solo bambini) appartenevano a famiglie abbienti vissute nel nord Europa, in particolare in Inghilterra, e Spagna. Artisti come Monet, Picasso e Gauguin utilizzarono il ritratto post mortem per rappresentare la moglie, un amico o un bambino a loro caro che era appena morto.
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Principali soggetti: i bambini
Come già affermato, il soggetto principale erano i bambini, ma perché? Durante quel periodo, quindi l’età Vittoriana, che caratterizzò tutta la seconda metà dell’Ottocento, il tasso di mortalità infantile era molto alto. Non a caso la regina Vittoria nel Regno Unito emanò una serie di leggi (gli Acts) con cui cercava di migliorare certe condizioni: sfruttamento minorile, classe operaia e soprattutto l’igiene, che non veniva minimamente preso in considerazione da nessuno.

Proprio a causa della scarsa igiene, molti bambini non riuscivano a sopravvivere. Quindi i genitori, per avere un loro ricordo, ricorrevano alle foto post mortem in quanto uniche foto che potevano avere dei propri figli.
Le tecniche per lo scatto
Prima di scattare una foto a un defunto, i fotografi dovevano utilizzare degli accorgimenti poiché il corpo morto talvolta era irrigidito in base al cosiddetto rigor mortis. Quindi per posizionare e mantenere immobili i defunti durante gli scatti, i fotografi ricorrevano a strutture apposite nascoste sotto gli abiti, studiate per sorreggere il corpo anche in posizione eretta. In alcuni casi, gli occhi venivano dipinti direttamente sulle palpebre chiuse per simulare uno sguardo vigile. Proprio a causa di questi accorgimenti, nelle fotografie si distingue facilmente la persona defunta dai vivi: la sua immagine appare spesso più nitida, poiché immobile durante l’intera esposizione.

L’obiettivo dei fotografi dell’epoca era quello di restituire ai defunti un’apparenza di vita, creando un ricordo il più possibile vivido e duraturo per i familiari. Per ottenere questo effetto, ricorrevano a diversi espedienti: i corpi venivano immortalati in pose naturali, circondati da oggetti che appartenevano alla loro quotidianità — come giocattoli, animali domestici o persino insieme ai parenti ancora in vita. Spesso erano ritratti seduti, ma non mancavano casi in cui venivano tenuti in piedi grazie a piedistalli nascosti da tende o arredi, così da simulare una postura più naturale.
Infine, verso gli anni Quaranta, la fotografia post mortem si ridusse alla sola fotografia nella bara del defunto, anche per dare una parvenza più realistica alla scena. Nonostante sia molto lontana da noi, questa pratica è ancora oggi utilizzata in paesi dell’Europa orientale e Asia.






